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Il carbon farming visto dagli agricoltori

Pubblicato 2026-04-15

Dal 17 al 19 marzo 2026, Padova ha ospitato il 3° EU Carbon Farming Summit, uno dei principali appuntamenti europei sul tema organizzato da SAE Innova e Climate KIC nell'ambito del consorzio del progetto Credible, EIT Food / EIT Food South in qualità di coordinatore di LILAS4SOILS e Confagricoltura Veneto, con il sostegno di Veneto Agricoltura. Un evento che ha riunito istituzioni, ricercatori, aziende e soprattutto agricoltori, con un obiettivo comune: capire come rendere il carbon farming una pratica concreta, efficace e scalabile nei sistemi agricoli europei.

 

In questo contesto, il progetto LIFE VitiCaSe ha avuto un ruolo attivo, co-organizzando insieme a Farm Carbon Toolkit e Teagasc la sessione “Giving Voice to Farmers: From Practice to Proof in Carbon Farming”, con l’obiettivo di portare al centro del dibattito proprio l’esperienza diretta degli agricoltori.

Il panel, moderato da Liz Bowles, CEO di Farm Carbon Toolkit, ha visto la partecipazione di 3 agricoltori provenienti da diversi contesti europei che hanno condiviso esperienze concrete di adozione di pratiche di carbon farming: Andrew Brewer, allevatore della Cornovaglia, Stathis Stathopoulos, olivicoltore del Peloponneso, e Carlo De Biasi, viticoltore e direttore di San Felice Wine Estates, partner del progetto LIFE VitiCaSe. 

 

Puoi riguardare la registrazione del panel su Youtube a questo link

 

Fin dai primi interventi è emerso con chiarezza un punto fondamentale: il carbon farming, per gli agricoltori, non è il fine ma una conseguenza di una gestione volta a migliorare la salute del suolo.

Le pratiche adottate – cover crops, riduzione delle lavorazioni, gestione migliorata dei nutrienti, tecnologie di precisione, ecc – sono infatti guidate prima di tutto dalla necessità di mantenere o ripristinare la fertilità biologica del suolo, per aumentare la resilienza aziendale in particolare di fronte alle mutate condizioni climatiche.

 

Accanto a questo tema, il confronto tra le diverse esperienze ha messo in luce un altro elemento centrale: la necessità di accompagnare gli agricoltori in questa transizione. Le barriere, infatti, non sono soltanto economiche o tecniche, ma riguardano anche la mentalità e l’accesso alle conoscenze. In questo senso, è emerso con forza che un elemento chiave per gli agricoltori è la possibilità di confrontarsi tra pari e condividere le esperienze di campo; questo aspetto potrebbe rappresentare una leva fondamentale per accelerare l’adozione delle pratiche.

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Nonostante queste difficoltà, il messaggio che arriva dagli agricoltori è tutt’altro che attendista. Al contrario, molti hanno già intrapreso questo percorso e intendono proseguirlo: alla domanda diretta se continuerebbero in questa direzione anche se non ci fossero in futuro incentivi, tutti e tre gli agricoltori hanno risposto chiaramente di sì. 

Questo dimostra che non sono spinti tanto dalla possibilità di entrare nel mercato dei crediti di carbonio quanto dai benefici concreti che osservano nelle proprie aziende: suoli più fertili, maggiore capacità di affrontare eventi climatici estremi e anche meno dipendenza dai fertilizzanti.

 

Gli agricoltori senza dubbio sono coloro che si assumono la maggior parte dei rischi legati ad un cambiamento di gestione colturale, sia dal punto di vista della produttività che degli investimenti iniziali, perciò è importante sostenere questa transizione con incentivi o con meccanismi come quello del mercato dei crediti di carbonio. 

Ma è ancora più vero ciò che ha efficacemente detto Carlo De Biasi: il vero rischio oggi è quello di non cambiare. 

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Diversi interventi nel corso del panel hanno inoltre evidenziato come gli attuali modelli di carbon accounting fatichino a restituire la complessità dei sistemi agricoli e, soprattutto, a valorizzare pienamente i benefici generati dalle pratiche adottate. In particolare, alcuni requisiti dagli attuali meccanismi di certificazione rischiano di non valorizzare a pieno l'incremento del carbonio nel suolo ma soprattutto il suo mantenimento nel tempo; uno di questi è il requisito di "addizionalità", che potremmo semplificare molto dicendo che agli agricoltori vengono riconosciuti solamente i crediti di carbonio generati dalle nuove pratiche che vengono adottate in più rispetto alla propria gestione ordinaria. Questo può quindi rappresentare una penalizzazione per quegli agricoltori che da tempo adottano pratiche di gestione sostenibile dei suoli. 

Questo scollamento rappresenta non solo un limite tecnico, ma anche un potenziale freno allo sviluppo del carbon farming. Se i benefici generati non vengono riconosciuti, diventa più difficile costruire modelli economici solidi e attrattivi per le aziende agricole, soprattutto in una fase in cui i sistemi di certificazione sono ancora complessi, costosi e non facilmente accessibili ai piccoli e medi agricoltori.

 

La partecipazione al Summit e l’organizzazione di questa sessione rappresentano per LIFE VitiCaSe un momento importante di confronto e condivisione, nel quale le esperienze maturate sul campo contribuiscono ad alimentare un dibattito europeo ancora in evoluzione. Un dibattito che, come emerso chiaramente a Padova, non può prescindere dalla voce degli agricoltori.

 

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